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AZUR è presente e attiva sul mercato da più di 35 anni. Situata tra le verdi vallate del Chianti, è una tra le maggiori aziende in Italia nel campo degli arredi per la Prima Infanzia. Realizzare cose belle, utili, che possano essere funzionali alle esigenze delle mamme e accogliere, in piena sicurezza e in grande armonia, i primi passi del bambino è la nostra mission. Creatività, artigianalità, amore per il bello. AZUR in questi anni ha raccolto le sfide di un mercato in continua evoluzione ed è cresciuta rinnovandosi continuamente e creando sempre nuove linee di prodotti. I prodotti a marchio AZUR e il “segreto” che li anima sono a disposizione nei 600 punti vendita sparsi sull’intero territorio nazionale. AZUR distribuisce i prodotti a marchio BEABA e BEBECAR sul territorio nazionale.

lunedì 8 novembre 2010

Andare alla scuola materna

A volte i bambini possono avere atteggiamenti a prima vista contraddittori
A volte può capitare che portando il bimbo alla scuola materna, anche se di carattere socievole, che voglia continuare a stare in braccio alla mamma, facendo i capricci, magari piangendo, perchè non vuole rimanere da solo. Quando invece si va a riprenderlo, alla fine della giornata, a sorpresa, può avere un atteggiamento contrario, cioè che non voglia venire e che continui a giocare. Come interpretare questo suo atteggiamento a prima vista contraddittorio? Che fare?
Riportiamo un intervento del dr. Ezio Aceti da Città Nuova di ottobre 2007 che tratta proprio di questa problematica.
"Il bambino che piange quando lo si accompagna alla scuola materna, non è capriccioso e tanto meno cattivo, ma perfettamente normale. Egli vorrebbe stare sempre con la madre perché ciò lo rassicura. Come comportarsi con lui? Quello che è importante è la modalità di separazione che deve avvenire in modo naturale tenendo conto del suo vissuto. Al momento del distacco, egli è in ansia perché ha paura di rimanere sempre senza la madre. Col pianto manifesta all'esterno questo timore che lui vive in modo esagerato perché non è ancora padrone del tempo e non ha ancora sufficiente esperienza. Il bambino, si può dire, ha le sue ragioni per piangere. È bene rispondergli tenendo conto di ciò e facilitare l'inserimento nella realtà, dando senso alla separazione che sta per avvenire. Questo è quello che vorremmo venisse fatto a noi quando soffriamo. Cioè vorremmo che chi ci sta vicino ci comprendesse e ci incoraggiasse a fare bene, senza rimproveri o minacce. Così è per il bambino ogni volta che si deve separare dalla madre o da qualche cosa che gli piace. Gli si può dire: Lo so che tu vorresti stare in braccio alla mamma, ma adesso devi andare dalla maestra. Sono sicura che tutto andrà bene e quando verrò a riprenderti mi racconterai cosa hai fatto. Queste o altre parole suggerite dall'amore non sono di poco conto perché possono dare senso alla sofferenza del distacco. Il pianto non deve preoccupare. Occorre comprendere che la madre è per il piccolo la prima figura di attaccamento. Le modalità di separazione da lei fanno spesso il discrimino fra uno sviluppo normale o patologico. La presenza o l'assenza fisica e mentale della figura materna è una condizione della massima importanza nel determinare lo sviluppo emotivo di un bambino. Le vicende separative costituiscono la base di un sano sviluppo individuale. Ne sono una testimonianza le varie problematiche che vengono riscontrate in persone che hanno subito un abbandono precoce da parte della madre. Un normale attaccamento, come quello di suo figlio verso di lei, prefigura una persona che sa aiutarsi, che sa chiedere e dare aiuto, con una buona immagine di sé e fiducia negli altri."

mercoledì 20 ottobre 2010

La perdita di un figlio


La riscoperta della gioia dei piccoli avvenimenti quotidiani
Questo mese siamo felici di pubblicare un'esperienza di una nostra collaboratrice, Candy, che ha sperimentato, anche nella tragicità della vita, che il valore delle piccole cose quotidiane possono dare gioia e senso alla vita.
"Diventare mamma è la cosa più stupenda che mi sia mai capitata in questa vita, e devo dire la verità che non avrei mai immaginato quanto bello, meraviglioso e coraggioso potesse essere far nascere un figlio.
In questi ultimi tre anni con l’arrivo del nostro piccolo José Manuel ho imparato tantissimo dalla vita. José Manuel era davvero un sole!, potevo passare ore solamente a guardarlo, e poi tanta pazienza, tanto amore, tanti sogni...
La vita, lo so, è un mistero, non potremo mai sapere il perché delle cose, però sono convinta che bisogna andare sempre avanti! Poco dopo la nascita di José abbiamo saputo che il nostro piccolo aveva una terribile malattia che pian piano lo ha portato "in cielo", in soli pochi mesi. Da parte mia e di mio marito non abbiamo fatto altro che amarlo più che potevamo, sapendo che da lì a poco sarebbe “volato in cielo” e abbiamo cercato di cogliere ogni attimo della sua vita con gioia, per amore a lui.

Sono passati ormai due anni dalla sua partenza al cielo, e con grande gioia ora con noi c’è il nostro secondo bambino, Nicolas Nicodemo, di 11 mesi. Ora posso dire che essere mamma per me è godere della presenza di mio figlio apprezzando tutto quello che la vita ci sta regalando, soprattutto nelle piccole cose: ogni sorriso anche se piccolo, i momenti di gioco, anche quando sono stanca e lui piange e devo alzarmi la notte per dargli da mangiare, oppure quando avrei tanta voglia di disegnare al computer come facevo prima ma non posso per accudirlo. Ora la mia vita ruota attorno a lui. Bisogna avere tanta pazienza e quando sarà il momento potrò ritornare a fare il mio lavoro.
Nel frattempo mi dico sempre che Nico lo potrò veder crescere solamente una volta, quindi ne devo approfittare di questa unica occasione."

E così nella nostra vita familiare quotidiana sono tanti i momenti dove possiamo dire Grazie Dio per mio figlio!, nonostante la tragica perdita di José Manuel.
Grazie Candy per questa splendida esperienza e complimenti per la vostra bellissima famiglia.

martedì 3 agosto 2010

Dirgli la verita' o no? In caso di adozione che fare?


In questo articolo abbiamo preso spunto da una risposta di Ezio Aceti pubblicata su Città Nuova che risponde a due genitori di Viterbo che hanno da poco adottato un bambino.
Da un mese abbiamo adottato Manuel, un bellissimo bambino di 15 mesi. Ci poniamo alcune domande: avendolo adottato così piccolino, è giusto dirglielo? In che modo? E poi, essendo scuro di carnagione, come si inserirà con gli altri? E poi, riusciremo a rispettare le sue inclinazioni naturali?.
Ezio Aceti così Risponde... "E poi, e poi... Quante domande ci poniamo come genitori! Il timore di sbagliare ci accompagna sempre. Forse, ciò sta a indicare una verità fondamentale, ossia che i figli (naturali o adottati) non sono nostri e non ci appartengono, ma ci sono affidati e proprio per questo dobbiamo averne la massima cura. Però, stiamo sereni perché se amiamo e le nostre intenzioni sono rivolte al bene tollerando anche gli eventuali nostri errori, allora possiamo essere sicuri che tutto andrà per il meglio. Vi ringrazio delle vostre domande perché mi danno la possibilità di parlare un po' dell'adozione. Essa è una realtà bellissima ed importante che testimonia il valore della famiglia come contesto vitale per ciascun bambino. Ciò che è importante per voi è quello di essere una vera famiglia, in grado di comprendere i bisogni e le necessità del figlio: la famiglia perfetta non esiste (penso che sarebbe anche un po' noiosa!). Esiste la famiglia umana, con la sua storia e le sue risorse. E allora cosa dire, cosa fare? Anche se i compiti di tutte le famiglie sono gli stessi, le adozioni non sono tutte uguali. Si possono adottare neonati, bambini piccoli in età prescolare (come il caso del nostro piccolo Manuel), bambini già in età scolare o addirittura adolescenti; bambini italiani, europei, di altri continenti con culture e tradizioni diverse. Inoltre, è opportuno tener conto che i genitori biologici possono essere morti o viventi, si possono contattare oppure no. Infine, bisogna avere presente che i bambini possono ricordarsi dei loro primi genitori ed anche dei loro primi anni di vita, oppure non avere alcun ricordo. Nonostante ogni realtà sia diversa, ciò che importa è come il bambino riesca ad accettare e ad integrare nella sua vita l'adozione, considerandola come un evento coerente della sua storia. Proprio per questo motivo, bisogna sempre dire al bambino la verità. Certo le parole da usare debbono essere semplici e rispettose del suo livello emotivo e affettivo e soprattutto, dopo aver detto al bambino la verità possibile (non è sempre necessario comunicare tutti i particolari), non bisogna mai fare domande dirette per verificare se ha capito. Sarà il bambino stesso a chiedere ciò che gli serve. E se non chiede, significa che va bene così, che quanto è stato detto è sufficiente. Generalmente occorre comunicare subito al bambino che è stato adottato e, per bambini così piccoli come Manuel, ciò sarà per lui un'informazione che riceve insieme a tante altre. Man mano che crescerà incomincerà a rendersi conto del colore della sua pelle e porrà domande specifiche, alle quali occorrerà rispondere con verità e semplicità. L'importante è la serenità degli adulti: Se si è tranquilli nel rivelare la verità e nel rispondere alle domande che inevitabilmente seguiranno, ciò si trasmetterà al bambino, che accetterà la sua condizione come un dato di fatto, una realtà fra le tante altre della vita.

A proposito delle parole da dire, la psicologa infantile Anna Oliverio Ferraris scrive: La scelta delle parole è significativa. Se, per esempio stiamo parlando della madre biologica, è meglio evitare di indicarla come la tua vera mamma perché questo può indurre a pensare che i genitori adottivi non sono dei veri genitori. Con i più grandicelli si può dire la prima mamma. Con i più piccoli la mamma-pancia o qualcosa del genere. Leggere o raccontare una storiella simpatica su un bimbo o una bimba adottata è una strategia efficace per introdurre il racconto della adozione. (Anna Oliverio Ferraris, Le parole dei bambini, Rizzoli)".